ASSISTENTI PORTAFORTUNA

 

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"Ho un regalo per te, Debora". Estraggo dal mio zainetto il "beanbag", ovvero un sacchetto pieno di lenticchie, e lo consegno, senza troppa convinzione, a mia cognata. Mi aspetto il suo rifiuto e invece la guardo esterrefatto afferrare il "fardello" e riporlo nel suo zaino. Oggi vanto la compagnia di due assistenti: mia moglie e sua sorella. Grazie alla loro presenza posso disporre di un'adeguata attrezzatura fotografica che viene così distribuita: io porto la macchina fotografica, gli obiettivi 24, 105, 180 e il treppiede fissato esternamente allo zaino; a mia moglie spetta il "300", sei tramezzini e una borraccia; a mia cognata, che obblighiamo a lasciare in macchina la frutta pesante e una bottiglietta di acqua, non rimane che il thermos e il "beanbag". Spero di verificare, durante l'escursione, se il cavalletto appena acquistato è davvero versatile e sufficientemente solido, nonostante la leggerezza del carbonio. Ma dubito che rimarrò deluso, poiché in precedenza ne ho utilizzato uno economico, che regge a malapena l'obiettivo 180. Chissà se mi capiterà anche l'occasione di provare il nuovo "300": sicuramente lo impiegherò per immortalare qualche suggestivo fiore primaverile. La focale 300 consente, infatti, di isolare il soggetto, staccandolo dallo sfondo del sottobosco disordinato, e comporre così un buon ritratto. 

Ci incamminiamo lungo la carrareccia che costeggia un torrente interrotto da cascatelle e pozze a volte profonde. D'estate questo primo tratto è molto frequentato per la scarsa pendenza e per la possibilità di tuffarsi in acque rinfrescanti. Le mie compagne chiacchierano tranquillamente, ma non si lasciano sfuggire le abbondanti fioriture che, pur con colori tenui, gli alberi ancora spogli non riescono a nascondere. Riconoscono gli Ellebori (niger, viridis, foetidus), il Dente di cane (Erythronium dens-canis), il Campanellino (Leucojum vernum), il Bucaneve (Galanthus nivalis), l'Erba trinità (Hepatica nobilis). Ogni tanto mi invitano a fotografare, ma io rifiuto, spiegando brevemente che l'obiettivo non vede come l'occhio umano e che sono diversi gli elementi che concorrono alla realizzazione di un'immagine valida. Perplesse e un po' deluse riprendono il cammino e il discorso interrotto.

"Dario! Dario! Vieni!". Esclama mia moglie. Io, che nel frattempo ho allungato il passo e mi trovo più avanti, mi giro di scatto e corro allarmato verso le grida, chiedendo spiegazioni. Roberta mi tranquillizza e quando arrivo sul posto trovo con stupore e felicità una salamandra pezzata (Salamandra salamandra) immobile nell'erba. Questo animale evoca ere primordiali, a cui l'uomo, che ora si sente padrone della Terra, non ha nemmeno partecipato. A differenza di molti animali, che si mimetizzano per difendersi dai predatori, la salamandra adotta uno stratagemma singolare: le vistose macchie giallo-arancio avvertono che la sua pelle produce sostanze irritanti. Mentre mia moglie si vanta di averla scovata, io estraggo la macchina fotografica e invito le mie assistenti a passarmi il "300" e il "beanbag". Mi sdraio a terra con le gambe penzoloni nel torrente, dove fortunatamente l'acqua scorre più in basso, appoggio la F80 sul "cuscino" e mi avvicino il più possibile alla salamandra. Gli steli d'erba, che forniscono una quinta naturale, e la ripresa dal basso mi permettono di realizzare un'immagine ambientata che trasmette la sensazione di essere lì, insieme all'animale. La pellicola Velvia e la luce scarsa mi obbligano a impiegare un tempo lento, ma fortunatamente la salamandra rimane immobile, se si esclude il movimento respiratorio sotto la bocca. Rialzandomi, noto un masso adagiato sul bordo della carrareccia e penso ad alta voce che se la salamandra fosse stata su quel piedistallo naturale, avrei potuto ottenere un buon ritratto, grazie anche allo sfondo omogeneo. Dai molti scatti ai fiori ho appreso, infatti, che la corretta gestione dello sfondo è importante quanto il soggetto fotografato. Debora si offre per raccogliere la bestiola indifesa e adagiarla sulla pietra, ma non vuole toccarla con le mani e allora io le consegno un mio guanto. Posiziono il treppiede e aggancio il teleobiettivo alla testa a sfera. La salamandra rimane qualche istante ferma, accarezzata da mia cognata, poi si dirige con incedere goffo al riparo, verso la tana. Veramente anche io sono un po' impacciato: è la prima volta che adopero un "300" e non so come si comporta la testa a sfera decentrata. Comunque aziono ripetutamente il pulsante di scatto, cercando di sfruttare i momenti statici. 

Riposta l'attrezzatura negli zaini, ci rimettiamo in cammino, compiaciuti del fortuito incontro. Scorgo, dove la carrareccia diventa sentiero, una fioritura in controluce di Erica (Erica carnea) in cui due esemplari crescono isolati e più alti. Lascio proseguire Roberta e Debora e, posizionata la F80 sul treppiede, predispongo l’inquadratura. Premo spasmodicamente il pulsante della profondità di campo e imposto l’apertura del diaframma, cercando il giusto compromesso fra leggibilità del soggetto e uniformità dello sfondo. Le esili fioriture vengono continuamente spostate dal leggero vento e quindi cerco di cogliere gli effimeri attimi di immobilità, nell’incertezza del risultato.

Raggiungo le compagne che mi informano di aver osservato un’altra salamandra che si muoveva lentamente sulla sponda opposta del torrente. Il sentiero risale la valle boscosa e stretta, solcata da un ruscello ora quasi asciutto. Rimangono però alcune marmitte dei giganti piene di acqua. Sul fondo di una di queste osservo il dimorfismo sessuale di due rospi comuni (Bufo bufo) che si stanno accoppiando. In un anfratto della parete circostante trovano invece dimora altre due salamandre; una porta curiosamente sul dorso una farfalla morta. Decido di realizzare un’immagine ambientata, dove le rocce umide e ricoperte di muschio, creano un gradevole effetto geometrico. Riprendiamo il cammino e io rimango in coda: a volte ascolto i discorsi delle ragazze, altre lascio vagare i miei pensieri. All’improvviso Debora vede una farfalla (Pieris napi) posata sul profumato, ma velenoso Fior di stecco (Daphne mezereum). Preparo velocemente l’attrezzatura, cerco di placare l’emozione e mi concentro sulla corretta composizione, per la verità non molto ardua. Le folate di vento sono abbastanza forti, ma fortunatamente il lepidottero non sembra ancora pronto a spiccare il volo, anzi cerca di ancorarsi saldamente al fiore. Aspetto pazientemente, con la testa sotto la bandana, il momento propizio, aiutato dal reticolo quadrettato del mirino e aziono ripetutamente il cavo di scatto, nella speranza che qualche immagine non risulti mossa. 

Riprendiamo ancora una volta la nostra fortunata escursione con la decisione di fermarci alle prime baite, che supponiamo non essere lontane; io comunque aumento il passo per verificare. Ora il sentiero costeggia la base di pareti calcaree, luogo ideale per la crescita della Primula Orecchia d'orso (Primula auricula), che deve il suo nome volgare alla caratteristica forma delle foglie. Trovo, infatti, due boccioli di questa pianta, punteggiati di bianco e provo alcuni scatti “artistici”, con l’intento di evidenziare i due fiori non ancora sbocciati. 

Nel frattempo le mie compagne mi raggiungono e, aggirate le pareti, ci sistemiamo su di un prato da poco sgombero dalla neve.  Io mangio solo un tramezzino e poi compio un giro di perlustrazione incuriosito dagli Ellebori (Helleborus niger) disseminati nel sottobosco. Scelto un soggetto interessante, prendo il treppiede e il “300” e ritorno dal mio Elleboro: le curiose e irrequiete formiche rosse che brulicano nel prato mi impediscono di assumere una posizione comoda per comporre l’inquadratura. Ma, proprio mentre mi accingo a scattare, una formica sale sull’Elleboro. Quando torno nuovamente al luogo di sosta, mia cognata si sta godendo un meritato, ma non troppo silenzioso sonnellino, scaldata dal tiepido sole. Ne approfitto per gustarmi la compagnia di mia moglie e un tramezzino con speck e formaggio. E’ ora di rientrare: sistemiamo gli zaini e ritorniamo sui nostri passi. 

Quando ho scelto questa valle per il torrente e per le fioriture primaverili,  non avrei mai pensato di provare i due nuovi acquisti in situazioni così emozionanti e uniche. Ma non avevo considerato le mie assistenti porta...fortuna.